
di_cattivo_occhio
blog semipersonale sulla fotografia
venerdì 2 marzo 2012
da L'anno della lepre di Arto Paasilinna

domenica 13 febbraio 2011
verso l'aquila
domenica 23 gennaio 2011
da Le mappe dei miei sogni di Reif Larsen

In tutta fretta, tirai fuori dalla valigia la macchina fotografica per scattare una foto al cartello da inserire nell'album, ma, come spesso mi capitava, il mio soggetto era scomparso prima che fossi pronto. Per un momento, ebbi paura che tutte le foto dell'album sarebbero state così, scattate con un attimo di ritardo. Quante istantanee in tutto il mondo, erano in realtà istantanee dell'attimo dopo, e non catturavano l'istante che aveva spinto una persona a premere il pulsante? A pensarci bene, fissavano le risate, le reazioni, le increspature successive. Ma dato che il più delle volte le fotografie costituivano l'unica cosa che restava - dato che potevo riguardare solo le foto di Layton e non Layton in persona - con il passare del tempo l'eco di quesgli attimi originali aveva soppiantato, nei miei ricordi, gli attimi stessi. Non ricordavo più Layton in equilibrio precario sul carrettino rosso in cima al tetto, ma la caduta successiva, il carrettino ammaccato, e Layton a quattro zampe che tentava di nascondere il dolore con la fronte premuta a terra, perché non era il tipo da mettersi a piangere e non lo fece mai finché restò in vita.
↓
sabato 11 dicembre 2010
lunedì 22 novembre 2010
i fiori di piergiorgio welby

«je trouvai d'abord ceci. ce que la photographie reproduit à l'infini n'a eu lieu qu'une fois: elle répète mécaniquement ce qui ne pourra jamais plus se répéter existentiellement».
r. barthes, la chambre claire. note sur la photographie, cahiers du cinema – gallimard, parigi 2009, p. 15
sul blog di piergiorgio e mina welby – il calibano – compare una sezione dedicata ad alcune fotografie a loro modo commuoventi. gli scatti ritraggono prevalentemente ingrandimenti di fiori e insetti che denunciano, con i loro colori accesi, una vitalità estrema. le metafore sono evidenti: la bellezza della natura che si oppone alla brutalità dell'artificio, lo sbocciare della vita nel pieno della sua esultanza, la lotta per la sopravvivenza. tutto ciò che si lega all'idea di vita e quindi a quella di morte.
la fotografia è da sempre stata un'arte strana, così vicina alle persone, semplice da realizzare e utilizzare, così ricca di significati e di possibili speculazioni intellettuali. forse non è un caso se sul calibano compaiono proprio delle fotografie. la gioia del vivere si oppone a ciò che per barthes è lo spectrum, il soggetto della fotografia. di più: il ritorno del morto, «cette chose un peu terrible qu'il y a dans toute photographie», si ripresenta tramite il meccanismo artificiale dell'apparecchio fotografico proprio come la vita di piergiorgio welby si riproponeva ad ogni respiro del ventilatore polmonare che non gli permetteva di morire.
Le fotografie del calibano sono molto meno intellettuali di quelle floreali di kertész, di mapplethorpe, di weston e non possiedono nemmeno lo stesso rigore formale della fotografia macro professionale. eppure, riescono ad esprimere al meglio il senso del blog che le contiene. ecco che si ripresenta ancora una volta l'ambiguità della fotografia: anche gli scatti più ingenui possono caricarsi di significati inimmaginabili.
qui il blog di piergiorgio e mina welby, il calibano.
qui la sezione fotografica del calibano.
domenica 21 novembre 2010
elisabeth and i
quel che rimane di quell'epoca è uno autoscatto intitolato elisabeth and i: la coppia posa dinanzi all'apparecchio fotografico. la mano del fotografo si appoggia alla spalla della donna. lo sguardo di entrambi è doloroso e allo stesso tempo sorridente.
nel 1936 andré e elisabeth si trasferirono a new york, dove il mercato della fotografia andava allargandosi sempre più. elisabeth iniziò un'attività commerciale mentre andré faceva non poca fatica a trovare un posto di rilievo nel settore fotografico americano. i due vissero in ristrettezze economiche e il rapporto cominciò ad incrinarsi, tanto che elisabeth venne a legarsi sempre più al finanziatore del suo negozio. erano gli anni '60: andré riprese il vecchio negativo del 1933 e iniziò a rielaborarlo, a tagliarlo. il risultato finale fu l'inquadratura di mezzo volto di elisabeth e della mano destra di andrè sulla di lei spalla. l'ingrandimento permette di notare a fondo lo sguardo consunto di elisabeth e la mano di andré corrosa dagli acidi del laboratorio fotografico. una fotografia che anche senza conoscere tutta la storia che sottende, fa impattare con una malinconia disarmante.
elisabeth morirà di cancro nel 1977. In quegli anni andré, invecchiato, aveva molte difficoltà ad uscire dal suo appartamento di new york. si dedicò alla fotografia polaroid, riprendendo in mano ancora una volta la vecchia foto con la moglie e facendone uno dei soggetti principali e quasi ossessivi dei suoi ultimi scatti.
qui si trova lo stesso articolo comparso sul blog della rivista leitmotiv.
domenica 25 luglio 2010
da Mattatoio N. 5 di Kurt Vonnegut / 2
“Benvenuto a bordo, signor Pilgrim” disse l'altoparlante. “Domande?”
Billy si passò la lingua sulle labbra, rifletté un momento e infine chiese: “Perché proprio io?”
“Be', eccoci qua, signor Pilgrim, incastonati nell'ambra di questo momento. Non c'è nessun perché.”
[...]
“Dove sono?” disse Billy Pilgrim.
“Prigioniero di un blocco d'ambra, signor Pilgrim. Siamo dove dobbiamo essere in questo momento, a cinquecento milioni di chilometri dalla Terra, e procediamo verso una distorsione temporale che ci permetterà di arrivare a Tralfamadore in poche ore anziché qualche secolo.”
“Come... Come ho fatto ad arrivare qui?”
“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un trafalmadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti dell'ambra.”
“Lei mi ha l'aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.
[...]
“Come... come finisce l'universo?” disse Billy.
“Lo facciamo saltare in aria noi, sperimentando nuovi combustibili per i nostri dischi volanti. Un pilota collaudatore tralfamadoriano preme uno starter, l'intero universo sparisce.” Così va la vita.
“Se sapete tutto questo,” disse Billy, “non c'è qualche sistema per prevenirlo? Non potete impedire al pilota di premere il bottone?”
“L'ha sempre premuto e lo premerà sempre. Noi lo lasciamo e lo lasceremo sempre fare. Il momento è strutturato così.”
da Kurt Vonnegut, Mattatoio N. 5 o la crociata dei bambini, Feltrinelli, Milano 2007, p. 77, p. 85 e p. 112 (tr. it. di Franco Brioschi).

